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Metti una sera al cinema: per CineAbile "Io sono Mateusz"

Giovedì 24 novembre 2016, per la Rassegna CineAbile, un evento speciale dedicato al "Centro anch’Io" del Consorzio dei Servizi Sociali del Verbano. In programma la proiezione di "Io sono Mateusz".
Verbania
Metti una sera al cinema: per CineAbile "Io sono Mateusz"
Continua il percorso di sensibilizzazione sul tema della disabilità lanciato dal Consorzio dei Servizi Sociali del Verbano e, in particolare, dal Centro Diurno per Persone con Disabilità “Centro anch’Io”.

L’idea è quella di promuovere l’integrazione delle persone disabili con azioni che permettano a tutti, in maniera semplice, di avvicinarsi a questa delicata tematica cercando di far crescere la cultura della disabilità nella nostra comunità sociale.

Per questo, il Centro ha avviato un’empatica collaborazione con il Cinecircolo Socio Culturale Don Bosco di Verbania che ha accolto con entusiasmo la possibilità di inserire nel cartellone della 28° Rassegna Cinematografica “Metti una Sera al Cinema” due film scelti e proposti dagli operatori e dai familiari degli ospiti di Centro anch’Io.

Le due pellicole, presentate come special events all’Auditorium de Il Chiostro in Via F.lli Cervi 14 a Verbania, raccontano storie di disabili e disabilità in maniera molto semplice e diretta.

Il primo film dal titolo “Il mio nome è Mateusz” verrà proiettato Giovedì 24 Novembre 2016 alle ore 20.15. Ispirato ad una storia vera, è un racconto intenso, capace di far ridere e piangere ma soprattutto di emozionare e di mostrare la disabilità da un punto di vista diverso.

Il secondo titolo è “Sogna Ragazzo” in proiezione Giovedì 6 Aprile 2017. E’ un lavoro del regista torinese Antonio Palese che vede protagonisti giovani disabili in un film che promuove il patrimonio culturale di Torino ma anche il tema del lavoro nel mondo della disabilità.

Nella salda convinzione che la differenza non è un difetto ma una ricchezza, diamo appuntamento per il primo incontro con cinema e disabilità per Giovedì 24 Novembre ore 20.15 presso l’Auditorium de Il Chiostro di Verbania con il film “Io Sono Mateusz”. Ingresso libero..

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Un film di Maciej Pieprzyca. Con Dawid Ogrodnik, Dorota Kolak, Arkadiusz Jakubik, Helena Sujecka, Mikolaj Roznerski. Kamil Tkacz, Tymoteusz Marciniak, Anna Nehrebecka, Katarzyna Zawadzka, Anna Karczmarczyk, Agnieszka Kotlarska, Janusz Chabior, Gabriela Muskala, Lech Dyblik, Dariusz Chojnacki, Witold Wielinski, Miroslaw Neinert, Grazyna Bulka, Klaudia Kaca, Marek Kalita, Teresa Iwko, Grzegorz Mielczarek
Titolo originale Life Feels Good. Drammatico durata 112 min. - Polonia 2013. - Draka

Il film trova il modo giusto per raccontare una vita ingiusta. E apre una porta al sorriso

Al piccolo Mateusz, gravemente disabile, è stata diagnosticata una paralisi cerebrale. I medici sono convinti che non capisca niente e non possa fare progressi di alcun genere, per cui gettano la spugna. I suoi genitori no. La cura della madre e l'allegria del padre, regalano a Mateusz un'infanzia degna di essere vissuta, nonostante la frustrazione di non poter comunicare. Dovranno passare 25 anni perché qualcuno si renda conto dell'intelligenza imprigionata in quel corpo indomabile e offra finalmente a Mateusz gli strumenti per dire chi è e chi è sempre stato.

Se c'è un'esagerazione nel film scritto e diretto da Maciej Pieprzyca, ce n'è una e una soltanto, ed è, in un certo senso, extrafilmica. La storia, infatti, s'ispira a quella di Przemek, ragazzino semiparalizzato dalla nascita e incapace di parlare, che però è stato "liberato" dall'incomprensione (e dall'etichetta di vegetale) prima del personaggio fittizio, all'età di 16 anni. D'altronde, per quanto si esageri, dieci anni in più non sono certo sufficienti a rendere toccabile la sofferenza di un destino come questo, perché quella -è evidente- esula dal cinema, va oltre. Pieprzyca, invece, sta dentro il confine del romanzo cinematografico con misura e sentimento, con ironia e anche una buona dose di realismo, specie quello che riguarda la tragicommedia della sorte. Anche la performance di Dawid Ogrodnik, giovane che si sta facendo conoscere internazionalmente, ha il pregio di parlare con gli occhi più che con le storpiature del corpo, incarnando dunque il testo del film, e di porsi in perfetta continuità con il lavoro, altrettanto stupefacente, di Kamil Tkacz, Mateusz bambino.

Nella prima parte, Mateusz guarda gli altri, la sua famiglia, ma anche i vicini di casa e una ragazza in particolare. L'inquadratura principale di questo grande capitolo divide lo schermo in due, pur restando nell'interno domestico: da un lato la cucina, luogo di lavoro e discussione, dall'altro il salotto con la finestra di Mateusz. È un'inquadratura ben scelta, che rende l'idea dello spazio di protezione in cui è inserito il protagonista, ma anche della presenza di una barriera, la barriera dell'incomunicabilità. Nella seconda parte del film, ambientata nell'istituto psichiatrico, il punto di vista muta: ora sono gli altri a guardare Mateusz. C'è chi lo fa in maniera paternalistica, chi per inerzia, sconfortato, con più o meno pazienza, persino con opportunismo, quello sentimentale, il peggiore. Il finale del film si può leggere come un terzo mutamento, con Mateusz finalmente in condizione di allargare la sua visione.

Il film è dedicato alla scomparsa Ewa Pieta, autrice di un primo documentario su Przemek: Like a Butterfly.

Marianna Cappi



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