Incendio all’Alpe Cornala: la tutela della farfalla Phengaris lo salvano

Gli interventi realizzati dal Parco per la tutela di Phengaris alcon hanno limitato l’impatto dell’incendio e preservato gran parte dell’area di studio.

Vogogna
Incendio all’Alpe Cornala:  la tutela della farfalla Phengaris lo salvano
L’incendio divampato il 1 luglio 2026 in corrispondenza del Pizzo Proman, sul confine del Parco Nazionale Val Grande, ha interessato nei giorni successivi anche i versanti adiacenti, aggravandosi per effetto dell’assenza di precipitazioni, del vento e della rapida propagazione delle fiamme.

L’emergenza si è protratta fino al 17 luglio, quando, grazie al lavoro continuo del personale impegnato nelle operazioni di spegnimento e all’arrivo delle piogge, la situazione è progressivamente rientrata.

Tra le aree maggiormente coinvolte figura l’Alpetto Cornala, un’area di circa 0,9 ettari dove da anni è in corso un importante intervento di conservazione e monitoraggio di Phengaris alcon, farfalla rara e di elevato interesse conservazionistico, classificata come Vulnerabile nella Lista Rossa Nazionale IUCN. Questa specie è oggi presente in poche popolazioni italiane e presenta un ciclo di vita particolarmente complesso, legato sia alla pianta nutrice Gentiana pneumonanthe sia alle formiche del genere Myrmica.

Proprio per la fragilità di questa popolazione, il Parco Nazionale Val Grande ha promosso e finanziato un Piano di Azione coordinato dall’Università di Torino, Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi, in collaborazione con la Cooperativa Valgrande. Lo studio aveva evidenziato criticità importanti: la ridotta consistenza della popolazione, la progressiva chiusura del prato per l’espansione della vegetazione arbustiva e il numero insufficiente di piante nutrici disponibili.

Nel mese di marzo il Parco ha quindi avviato gli interventi previsti dal Piano di Azione per il recupero dell’habitat e della popolazione di Phengaris alcon, affidando alla Cooperativa Valgrande operazioni di sfalcio, trinciatura e rimozione di rami caduti, ginestre e tronchi di betulla tagliati in una precedente fase di lavoro. L’obiettivo era migliorare le condizioni ecologiche dell’area e favorire la crescita della pianta nutrice.

A distanza di pochi mesi, questi interventi si sono rivelati decisivi anche sotto un altro profilo: la riduzione della biomassa vegetale e l’apertura di parte della zona boschiva hanno infatti limitato la propagazione del fuoco verso i prati di studio, contribuendo in modo determinante a salvare gran parte dell’alpeggio.

Le prime valutazioni effettuate sul campo dopo l’incendio indicano circa 1.000 metri quadrati di superficie bruciata, ulteriori 2.000 metri quadrati compromessi dal forte calore sprigionato dalle fiamme, con disseccamento della vegetazione e danni anche a parte delle genziane, mentre 5.000 metri quadrati sono stati risparmiati, conservandosi come un’oasi verde — in parte ingiallita dal calore — all’interno di un contesto dominato da cenere e bosco bruciato. Si stima inoltre la perdita di almeno 50 piante nutrici.

Il caso dell’Alpetto Cornala dimostra in modo concreto come gli interventi di gestione attiva degli habitat, pensati per la conservazione della biodiversità, possano avere un ruolo fondamentale anche nella resilienza del territorio rispetto a eventi estremi e imprevedibili come gli incendi.

Nei giorni successivi al passaggio del fuoco e fino al 13 agosto, gli adulti di Phengaris alcon sono stati monitorati in volo e in deposizione. Il personale dell’Università, del Parco e della Cooperativa Valgrande è attualmente impegnato nel seguire l’evoluzione post-incendio dell’area, per valutare gli effetti a medio termine sull’habitat e sulla popolazione della specie.

“La salvaguardia di habitat fragili e specie rare non è solo un’azione di tutela ambientale: è anche un investimento concreto nella capacità del territorio di resistere e rigenerarsi”, è il messaggio che emerge con forza da questa esperienza.

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