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L'architetto Gilberto Oneto per Dumera

L'architetto, giornalista e scrittore Gilberto Oneto, scrive un appello perchè a Dumera borgo medioevale frazione di Oggebbio, non venga costruita la contestata antenna di telefonia.
Oggebbio
L'architetto Gilberto Oneto per Dumera
Nell’ormai lontanissimo 1958, Sylvia Crowe – una dei più grandi paesaggisti del Novecento – pubblicava un libro-caposaldo dell’architettura del paesaggio, The Landscape of Power. Il testo – il cui titolo giocava sui molteplici significati di “power” – si occupava dell’inserimento nel territorio di tutti gli aggeggi collegati alla produzione di energia: dighe e centrali ma, soprattutto, linee elettriche, tralicci e antenne. Assieme a considerazioni e informazioni di ordine tecnico e scientifico, schemi di analisi di intervento e indicazioni operative, Crowe esprimeva alcuni principi, che 55 anni fa erano quasi rivoluzionari e innovativi, ma che oggi dovrebbero (ma in molti posti evidentemente non lo sono) essere largamente acquisiti. Alcuni di essi vengono a fagiolo nel caso del “traliccione” di Dumera. Spesso si opera cercando di minimizzare i costi ma si commette l’errore (che può essere un inganno) di ignorare quelli nascosti, che non sono evidenti nel progetto ma che saltano fuori quando l’opera è realizzata, a volte anni e generazioni dopo. Il paesaggio è un bene economico tanto quanto il sistema produttivo o la rete commerciale, anzi lo è di più perché ha effetti con durata temporale molto maggiore. Un paesaggio “sano” è anche bello e un bel paesaggio è sicuramente “sano”. Un paesaggio “sano e bello” vale molto di più di un paesaggio “malato e brutto” si in termini di valutazioni immobiliari che di rendite turistiche, ma è inestimabilmente migliore nel produrre alte qualità di vita. Quanto vale in termini sociali, di gradevolezza estetica, di “dolcezza di vita”, di effetti sulla salute psicologica e fisica, di armonia e identità comunitaria un bel posto? Viviamo in una porzione di mondo che ha ricevuto un trattamento particolare dal Buon Dio e dalla Natura, su cui hanno speso energie, affetti e intelligenza generazioni laboriose (“l’immenso deposito di fatiche” di Carlo Cattaneo), dove paesaggio naturale e antropico hanno conosciuto altissimi livelli di compenetrazione e si sono reciprocamente arricchiti. Oggi non dobbiamo neppure sforzarci troppo per migliorarli: è sufficiente conservarli con cura. La loro organicità permette trasformazioni funzionali all’interno di un delicato e collaudato sistema di “regolarità”. Viverci dentro con discrezione e rispetto significa viverci bene: basta tenervi lontane tutte le strampalatezze di progettisti che non hanno mai letto Sylvia Crowe. Infilare un catenaccio (dal locale cadanài) metallico a Dumera e come mettersi a piantare chiodi in una esposizione di cristalli. Uno dei pochi primati internazionali detenuti dall’Italia riguarda il numero di telefonini pro capite. Un altro – assai più commendevole – riguardava la bellezza del paesaggio. Il “traliccione” deve essere conficcato in zona perché i telefonini sono necessari? Sull’ambiente si può fare (quasi) tutto purché lo si faccia bene. In questo caso si cerchi la collocazione più adatta (e cioè la meno dannosa) sulla base di una seria analisi del territorio e non solo in virtù di convenienza, facilità o – peggio - disponibilità del terreno. Tutto il paesaggio è sacro: in troppe parti i cristalli sono purtroppo già stati frantumati, ma dove non lo sono, si deve entrare con attenzione e in punta di piedi.

Gilberto Oneto



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