“Il Maggiore” resta ancora oggi l’opera pubblica singola voluta e realizzata dal Comune più imponente, ambiziosa e finanziariamente impegnativa (almeno 20 milioni di euro di costo) . Per questa ragione il teatro costituisce un riferimento paradigmatico attraverso cui leggere e analizzare lo stato complessivo della comunità cittadina che lo ha voluto e al quale ha affidato il compito di rappresentarne l’anima profonda, il profilo civile, l’orientamento culturale, l’identità collettiva.
Poco più di sei mesi fa da queste pagine davamo conto – attraverso l’analisi del Bilancio consuntivo 2024 – del progressivo e preoccupante decadimento della struttura, caratterizzato dal dimezzamento nell’arco breve di una manciata d’anni dei ricavi dell’attività “caratteristica” di un teatro, cioè la vendita di biglietti e abbonamento per gli spettacoli: dai 269.000 € del 2016, anno inaugurale, ai 127.000 del 2024 (qui). Ma sono i dati a consuntivo del 2025 (qui il documento di bilancio) a ingenerare nell’osservatore avveduto il sospetto che il decadimento stia assumendo i caratteri dell’inarrestabilità.
Se in otto anni (pur con il devastante intermezzo Covid) i ricavi si sono dimezzati, tra 2024 e 2025 si sono ridotti addirittura a un terzo: da 127.000 a 39.000 €, un valore quest’ultimo che non consentirebbe di sopravvivere neppure a un modestissimo negozietto. Da dove arrivano allora i soldi per mantenere a pareggio una struttura che lo scorso anno è costata alla Fondazione 585.000 € (691.000 € del 2024)? La parte del leone la fanno i contributi annuali in conto esercizio versati dai soci della Fondazione, cioè Regione e Comune (466.000 €), mentre valgono più del doppio di biglietti e abbonamenti i canoni per la locazione del bar e gli affitti versati da privati e associazioni per l’utilizzo degli spazi del teatro (93.000 €). Insomma, una struttura nata per elevare e qualificare l’offerta artistica e culturale della città ha coperto con i ricavi da bigliettazione solo il 6,5% dei costi.
Se Il Maggiore è paradigma delle ambizioni della città e cartina di tornasole del loro conseguimento, la stagione di governo avviata un paio d’anni fa dalla Destra civica non sembra avviata a felicissimi approdi. Liquidata la storica direzione artistica ereditata dall’Amministrazione precedente, la nuova Giunta ha imposto con la consueta fanfara propagandistica una nuova conduzione prelevata nientepopodimenoché dai teatri Lirico e Nazionale di Milano, salvo poi vederla miseramente naufragare nel pieno della stagione estiva una manciata di mesi dopo. Poi per un anno Il Maggiore ha vissuto un’esistenza carsica, mentre a Palazzo di Città ci si esercitava in creative forme di gestione “in economia”. Il risultato è il tracollo degli incassi evidenziato impietosamente dal bilancio consuntivo, che però potrebbe essere migliore di quello che va maturando in questi mesi del 2026. Intanto qualche giorno fa si è insediato il nuovo Consiglio di Amministrazione della Fondazione. Sinora l’unica novità è rappresentata dall’esotica denominazione del teatro come “hub culturale” del Vco: insomma, un mezzo anglicismo per rinfrescare l’indimenticabile acronimo CEM, che tante soddisfazioni aveva portato ai destro-leghisti di quindici anni fa.
Saremo forse immodesti, ma una certa idea del Maggiore che avevamo costruito sei anni fa per dare senso a un’opera nata irrimediabilmente male potrebbe essere ancora attuale. Se ne avete voglia, leggetela qui.
Zanotti su gestione Il Maggiore
Sul suo canale online, VerbaniaSettanta, l'ex sindaco, Claudio Zanotti, propone una dura analisi sulla gestione del teatro cittadino negli ultimi anni, e sulla attuale la stagione di governo cittadino.
